SANTUARIO DI DEMETRA A MACCHIA DELLE VALLI

 

COME SI RAGGIUNGE: Attualmente l’area archeologica è chiusa da una recinzione e non è visitabile, dal momento che le strutture devono ancora essere messe adeguatamente in sicurezza.

 

1)      All'altezza del km. 2,900 della Strada Provinciale Blerana, di fronte alla Madonna della Folgore, si lasci la macchina e si prosegua a piedi lungo un sentiero immerso nel bosco che conduce alla frazione della Pietrara; poco prima dell’abitato si prenda la strada incavata che scende a Fontana Asciutta.

2)      Dalla frazione Pietrara dirigersi verso la Macchia delle Valli attraverso una strada lievemente incavata nel peperino che conduce all’interno del bosco di proprietà comunale (segnalata da un cartello): al primo incrocio svoltare a destra verso Fontana Asciutta.

 

Recentemente (maggio-giugno 2006) la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale ha eseguito uno scavo d’emergenza (sotto la direzione dell’Ispettrice Dott.ssa M.G. Scapaticci) in località Macchia delle Valli, in un’area prossima ad una sorgente d’acqua, riportando alla luce i resti di un santuario etrusco-romano. La scoperta è avvenuta in seguito alla segnalazione da parte dei Carabinieri di scavi clandestini che avevano parzialmente intaccato i depositi votivi.


Considerata la sua ubicazione extraurbana rispetto agli insediamenti etrusco-romani noti nel territorio vetrallese e della vicina Villa S. Giovanni in Tuscia, l’area sacra si configura come un santuario di campagna. La zona finora era conosciuta dagli archeologi soprattutto per l’esistenza di resti di una vicina cisterna romana, di una dismessa cava di peperino, di una strada incavata nella roccia che collega la Pietrara alla suddetta cava e a Vallozzano e per la presenza di un bel fontanile ormai prosciugato, conosciuto col nome di Fontana Asciutta. La scarsità delle emergenze archeologiche nell’area è da imputare soprattutto alla difficoltà oggettiva di eseguire una ricognizione sistematica a causa dell’estensione del bosco delle Valli. Sappiamo però che nel giugno del 1987 la Soprintendenza intraprese uno scavo di emergenza nella Macchia delle Valli (a circa 800 m a SE della Pietrara, non lontano dal santuario), riportando in luce quelli che sono stati allora interpretati come i resti di una villa romana, ora rinterrati.


Il complesso santuariale è costituito da una serie di ambienti rupestri, di aree cultuali all’aperto e da una piccola struttura costruita in blocchi di peperino (cella) che ha restituito gli arredi di culto e la statua in terracotta di una divinità femminile (III sec. a. C.). La dea è stata identificata con la greca Demetra, assimilabile all’etrusca Vei e alla romana Cerere. Il simulacro raffigura una dea in trono che tiene nella mano destra una patera umbilicata mentre nella sinistra, mancante di alcune dita, doveva sorreggere probabilmente un mazzo di spighe.


Il culto ha carattere rurale, ctonio (cioè sotterraneo) ed è legato alla presenza dell’acqua, a cui si attribuirono anche virtù terapeutiche come dimostrato dai votivi rinvenuti che ne attestano il carattere propiziatorio per la fertilità e per la sanatio.

 

La cella è situata entro un anfratto rupestre, dalle cui pareti sembrerebbe essersi staccato ab antiquo un lastrone che, adagiatosi in posizione pressoché orizzontale, è stato utilizzato come una “terrazza” cultuale delimitata da un parapetto in opera quadrata costituito da tre blocchi di peperino (di cui uno con foro passante atto alle libagioni). La cella è realizzata in lastre di peperino ed ha il tetto a doppio spiovente con i timpani decorati con un disco rilevato. All’interno, sulla parete di fondo, si trova un banco di peperino monolitico su cui era stata adagiata la statua di culto; al centro della parete destra è stato rinvenuto invece un tavolino rituale sotto il quale erano stati deposti in posizione rovesciata quattro reperti ceramici (tra cui due lucerne di età neroniana). Sempre all’interno della cella si trovava un piccolo altare di peperino su cui è stata rinvenuta una moneta bronzea (Asse di Domiziano), interpretabile come l’ultima offerta deposta prima dell’abbandono del santuario (tra la fine del I e l’inizio del II sec. d. C.).


L’attigua grotta naturale, parzialmente lavorata dall’uomo e atta a ricevere un deposito votivo, oggi appare tamponata sulla fronte da un muro moderno per il suo riutilizzo come ricovero per animali: la rimozione della terra che ricopriva il pavimento moderno ha permesso il recupero di frammenti ceramici e di votivi etruschi e la scoperta di una seconda apertura che metteva in comunicazione la grotta con la vicina cella attraverso una zona (antecella) dotata di una base di peperino su cui è stato rinvenuto un donario di ceramica. Un altro deposito votivo è stato individuato nell’anfratto sottostante la suddetta “terrazza” e nell’area aperta prospiciente: i reperti rinvenuti ne attestano il carattere propiziatorio per la fertilità e per la sanatio (votivi anatomici).

 

 


Alla luce dei dati preliminari presentati dalla Soprintendenza, il complesso santuariale sembrerebbe essere stato frequentato per un arco cronologico abbastanza ampio che va dalla fine del IV sec. a. C. fino agli inizi del II sec. d. C.

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